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04/09/2013

No ai ghetti, sì all´autocostruzione. Un progetto di Art Village, Libera e Flai

Un estratto dall´inchiesta di Files, la pagina del sito web della Cgil Puglia: "Un villaggio con costruzioni ecosostenibili che costano quanto spende in un solo anno la Regione per fornire acqua potabile e bagni chimici”

FILES - le inchieste della Cgil Puglia

No ai ghetti, sì all´autocostruzione. Un progetto di Art Village, Libera e Flai “Quale impressionante spettacolo queste torme emaciate di lavoratori! Chi ha avuto occasione di passare per le vie di Foggia e degli altri centri della provincia, durante la stagione dei raccolti, è certamente rimasto colpito dal vedere tanta povera gente (...) distesa sui marciapiedi o dentro stalle ammonticchiata, per passarci la notte su miseri giacigli. E questo era il partito migliore. La maggior parte, per evitare il lungo cammino mattutino e serale per e dal luogo di lavoro, preferiva passare la notte in qualunque disagio. Di sera si assiepava qua e là, attorno a bracieri improvvisati, per fugare le nuvole dense di zanzare vaganti per l´aria, presso qualche casa colonica, non senza pericolo di infezioni e malattie”.

L´inferno dei ghetti.
No, non è l´articolo dell´inviato di un quotidiano che narra di come sono vivono (o per meglio dire sopravvivono) i braccianti stagionali, che da luglio arrivano in Capitanata a migliaia per le grandi campagne di raccolta. E´ invece un passaggio dell´inchiesta parlamentare sulle Condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia commissionata dal Governo Giolitti nel 1907 e i cui atti furono pubblicati nel 1909. Ma in cento anni e passa poco o nulla è cambiato, se non il colore della pelle di donne e uomini costretti a vivere in condizioni disumane, esercito di riserva dei piccoli e grandi latifondi coltivati a pomodoro nel Tavoliere delle Puglie. Ma sarebbe difficile trovare parole altre visitando i “ghetti” che in questi anni sono sorti da nord a sud della provincia. Il più grande è il più tristemente noto alle cronache, quello che sorge alle spalle del vecchio zuccherificio di Rignano, popolato da centroafricani. Da rifugio spontaneo a villaggio oramai strutturato, che si popola di duemila persone in estate ma dove vivono in maniera stanziale duecento migranti anche in inverno, con bagni chimici e cisterne per l´approvvigionamento dell´acqua potabile, docce improvvisate, un bar-ristorante. Un luogo lontano dagli occhi delle città e di gran parte delle istituzioni, dove si incontrano domanda e offerta di lavoro per mezzo di caporali distinti per etnie e provenienza, ma dove proliferano anche spaccio e prostituzione. Case di cartone coperte dal cellophane, legno di risulta, nel bel mezzo di una terra arsa, a metà strada tra la città capoluogo, San Severo e l´imperioso promontorio del Gargano. Gelido d´inverno, torrido d´estate, “che fa più caldo a stare fuori che dentro”, assicura Isaia, camerunense di 30 anni. Per letto un materasso per i più fortunati, altrimenti pile di cartoni. Con tanto di fitto da pagare al proprietario del terreno per “edificare” le precarie dimore.

Di sicurezza manco a parlarne: lo scorso anno, ad agosto, un incendio ha distrutto gran parte della baraccopoli, e solo per puro caso non ci sono state vittime. “Una stagione all´inferno” l´ha definitiva Medici Senza Frontiere qualche anno fa, dopo aver visitato i luoghi di accampamento dei braccianti stranieri, la cui accoglienza la Bossi-Fini (una legge sbagliata e discriminatoria) pure vorrebbe a carico delle imprese. “Se qualcuno mi avesse detto prima di partire per l´Europa che in Italia esisteva un posto come questo, non gli avrei mai creduto”, spiega Kadri, 22enne del Benin nel suo buon italiano imparato in poco più di un anno. “In Africa stavo meglio, credetemi. Non sono venuto qui per rubare, ma per lavorare. Ma così non è dignitoso vivere. Nessuno di noi vuole la carità, vuole lavorare ed essere pagato il giusto”. Il “gran ghetto”, con la “o” finale accentata, figlia della terre francofone da cui provengono questi ragazzi, non è il solo censito dalla Flai Cgil di Foggia e noti alle istituzioni. C´è il “ghetto Ghana” che prende il nome dalla terra d´origine di chi lo popola, c´è il ghetto dei bulgari, accampamenti più o meno grandi sparsi qua e là nella vasta pianura. E le condizioni di vita non sono purtroppo diverse tra loro. Né da quelle descritte cento e passa anni fa.

Basta carità, servono interventi strutturali.
“Sono maturi i tempi perché questa offesa alla dignità di uomini e donne, in qualche modo tenuta in vita anche da piccoli interventi umanitari – dalla bici all´acqua, dai materassi alle lezioni di lingua – sia affrontata e risolta definitivamente”, afferma un cartello di sigle sindacali e associative, guidate dalla Flai Cgil di Foggia, da Libera, dall´Art Village di San Severo (un presidio della Asl territoriale), dalle coop La Senegalese e L´albero del Pane. “Quello è un luogo malsano, dove trionfa l´illegalità. Le istituzioni non possono far finta di non vedere né alimentare quel circuito perverso. Non è con la carità o con interventi dispersivi che pure succhiano risorse pubbliche che si risolve alla radice il problema”.

“Basta ghetti” però non è solo uno slogan o una mozione di principio: oggi un progetto esecutivo c´è, presentato in maniera ufficiale alla Prefettura di Foggia e alla Regione Puglia, nella persona dell´assessore al Welfare Elena Gentile. “Per interventi emergenziali che durano in verità da oltre dieci anni – spiega Tonino d´Angelo, dirigente Asl e presidente del centro di accoglienza Art village – nel ghetto sotto Rignano si spendono annualmente oltre un milione di euro. Per l´acqua potabile, per i bagni chimici, per tutelare la salute. E di gran lunga maggiori sono i costi sociali e anche economici connessi dalla perdita di legalità e sovranità sul territorio”.

Un ecovillaggio multietnico.
Il titolo del progetto inviato alle istituzioni, con tanto di computo metrico, cronoprogramma e disegni degli alloggi parla di “eco villaggio multietnico inclusivo” e prevede la possibilità di ospitare un range tra 400 e 1000 persone, incrementabile a seconda delle esigenze. Un´idea che punta sul protagonismo dei migranti, da qui l´idea dell´autocostruzione, “non destinatari di interventi ma direttamente impegnati in un cammino di legalità”. A questo si affiancherà anche un progetto di autosufficienza alimentare, che sarà il punto focale di questo nuovo modo di intendere l´accoglienza, con venti ettari da assegnare a cooperative di lavoro agricolo. Con la possibilità di sperimentare anche produzioni propriamente africane, come il grano Sankal, puntando su una rete commerciale equosolidale.

Nel merito i promotori prevedono la possibilità di realizzare 8 moduli per attività collettive, 4 moduli per attività lavorative, 2 moduli per servizi di prima necessità, oltre l´ecovillaggio inizialmente dimensionato per una capienza di 500 persone. Il tutto utilizzando il legno e altre materie prime naturali. I terreni individuati sono quelli di proprietà della Regione Puglia nell´agro di San Severo, contigui alla sede dell´albergo diffuso recentemente inaugurato. Nel costo sono già comprese tutte le opere per gli scavi e le opere idriche, fognarie ed elettriche. La spesa complessiva prevista è di 1,5 milioni di euro, ovvero quasi quanto si spende ogni anno per affrontare l´emergenza Rignano, dando però risposte definitive e assieme investendo sul protagonismo attivo dei migranti. Una spesa – si specifica nel progetto - cinque volte inferiore se si ricorresse a prefabbricati in muratura e non ci si affidasse all´autocostruzione. La speranza di Art Village e soci è di partire al più presto, in modo che nel 2014 il “ghetto di Rignano” sia cancellato per sempre dalle cartine della Capitanata.

Lello Saracino
www.cgilpuglia.itfiles