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28 maggio 1974, piazza della Loggia. In memoria di Luigi Pinto e dei caduti della strage di Brescia


lunedì 28 maggio 2007

Sono passati 33 anni dalla strage fascista di piazza della Loggia a Brescia in cui persero la vita 8 persone e oltre 100 rimasero ferite. A morire, anche il foggiano Luigi Pinto, insegnante, militante della CGIL Scuola. Non c´è bisogno di condanne di tribunali: è noto chi furono le vittime e chi i carnefici. Chi in quegli anni lottò per la libertà e chi invece orchestrò derive neoautoritarie. Chi ha protetto tali strategie e chi ne pagò le conseguenze.

Dopo Milano, Brescia
Il 28 maggio Luigi Pinto è in piazza assieme ad altre migliaia di persone per manifestare contro le continue provocazioni e gli attentati dei neofascisti. “Msi fuorilegge” è “Almirante boia” sono i cori che grida la piazza durante il comizio indetto da Cgil, Cisl e Uil e dal Comitato Unitario Antifascista. Tutti i primi mesi del 1974 sono punteggiati dalla recrudescenza di un disegno eversivo che sceglie Brescia e la sua provincia quale laboratorio ma che non risparmia altre città italiane. Un anno prima, nel 1973 c´erano state le condanne per la ricostituzione del partito fascista e lo scioglimento di Ordine Nuovo. Sul finire del ´73 era scoppiato lo scandalo “Rosa dei Venti”, un piano che doveva portare ad un tentativo di golpe. A Novembre era precipitato l´aereo Argo 16, utilizzato per trasportare in Sardegna, luogo prescelto per le esercitazioni, gli uomini di “Gladio”. All´inizio del 1974 l´accusa di ricostituzione del partito fascista raggiunge i militanti di Avanguardia Nazionale. Attentati dinamitardi firmati Ordine Nuovo sono compiuti a Milano, Bologna e Ancona.

Ma è soprattutto Brescia l´epicentro delle azioni fasciste. Già il 28 gennaio, in una circolare indirizzata ai propri iscritti, il segretario provinciale del Movimento Sociale Italiano, Umberto Scaroni, affermava che “al termine del primo semestre del ´74, a prescindere dall´esito delle importanti competizioni elettorali di primavera (il referendum sul divorzio, ndr) è prevedibile il maturarsi di una situazione generale di estrema tensione. Non abbiamo quindi tempo da perdere, perché in questi mesi dobbiamo preparare il partito ad ogni tipo di evenienza”.

A febbraio scoppia un ordigno all´entrata di un supermercato: l´attentato è rivendicato dalle Sam, Squadre di Azione Mussolini. A marzo due neofascisti vengono arrestati mentre trasportano mezzo quintale di esplosivo. A maggio viene aperta una borsa dimenticata da qualche giorno davanti all´ingresso delle sede provinciale della Cisl: dentro ci sono otto candelotti di dinamite e tre etti di tritolo innescati con un detonatore ed una miccia, che fortuitamente si è spenta. Sempre a maggio finisce in carcere un folto gruppo di neofascisti dei gruppi Mar e Sam: tra questi Carlo Fumagalli e altri che nel febbraio del 1973 avevano beneficiato di una scandalosa assoluzione a Roma al processo contro Ordine Nuovo.

I piani di questi gruppi sono chiari per ammissione degli stessi imputati: provocare, attraverso azioni e attentati in Valtellina - all´indomani del referendum sul divorzio - una guerra civile destinata ad estendersi a tutto il Paese. L´obiettivo è sempre lo stesso: creare una situazione in cui i militari siano costretti ad intervenire e successivamente appoggiare una repubblica presidenziale neoautoritaria.

Nella notte tra il 18 e il 19 maggio, salta in aria in piazza Mercato, a poche centinaia di metri da piazza della Loggia, il giovane neofascista Silvio Ferrari, mentre stava trasportando sulla propria motoretta un ordigno esplosivo. Nello stesso momento, in un´altra zona della città, un´auto targata Milano con a bordo quattro neofascisti, si schianta contro in muro. Il conducente muore all´istante. Nel portabagagli viene rinvenuto materiale propagandistico del Msi. Per il giorno seguente è prevista una manifestazione di ex-combattenti della Repubblica Sociale Italiana. L´intento è quello di compiere un attentato per poi farne cadere le responsabilità sui gruppi della sinistra extraparlamentare.

Durante i funerali di Silvio Ferrari vengono arrestati cinque neofascisti del gruppo veronese “Anno Zero”, mentre quelli bresciani, guidati da uno dei responsabili del Fronte della Gioventù (che sarà poi tra i maggiori indiziati della strage del 28 maggio), organizzano ripetute provocazioni contro i lavoratori e gli studenti che presidiano il luogo dell´incidente.

Il sindacato opta per una risposta corale, di massa, partecipata, che solo uno sciopero generale può garantire. Viene decisa l´astensione dal lavoro di quattro ore per il giorno 28 maggio, con concomitante manifestazione in piazza, promossa dal Comitato Unitario Antifascista.

Piazza della Loggia, 28 maggio 1974, ore 10.12
La mattina del 28 lentamente si formano i concentramenti in piazzale Repubblica, porta Trento e piazza Garibaldi, luoghi dai quali muoverà il corteo antifascista per confluire in piazza della Loggia. Nessuno sa ancora che il 21, due giorni dopo la morte del neofascista Silvio Ferrari, e il 27, il giorno prima della manifestazione, sono pervenute alle redazioni di due quotidiani locali messaggi anonimi, così come ad alcune autorità, in cui si minacciano stragi e devastazioni imminenti. I giornali, d´accordo con la questura e il prefetto, non pubblicano la notizia “per non creare allarme”.

Il corteo che arriva in piazza della Loggia è “scortato” dalla pioggia incessante, non dal solito dispiegamento di forze di polizia – denunceranno successivamente i lavoratori – che solitamente accompagnava le manifestazioni politiche e sindacali, soprattutto in quei mesi in cui altissima era la tensione per la paura di provocazioni neofasciste. Non basta il clima che si è creato a Brescia nei primi mesi dell´anno per spingere la questura a rafforzare la vigilanza su una manifestazione pubblica che si prevede molto partecipata.

Non tutti i lavoratori hanno ancora raggiunto piazza della Loggia quando prende la parola il primo degli oratori previsti dal programma, Franco Castrezzati, a nome della federazione unitaria dei metalmeccanici. Ricorda, il sindacalista, il malessere della città per la lunga sequela di attentati e provocazioni fasciste. Ricorda la costituzione nata dalla Resistenza partigiana e dalla lotta di liberazione dal nazifascismo, che mette al bando la ricostituzione di partiti fascisti, “eppure Almirante siede in Parlamento, l´uomo che durante la nefasta Repubblica Sociale Italiana ordiva fucilazioni, e ordiva repressioni”. Castrezzati fa appena in tempo a citare Milano, che alle 10.12 in punto un´esplosione devasta una colonna del loggione, sotto il quale si erano rifugiati centinaia di lavoratori per ripararsi dalla pioggia.

La bomba, con circa un chilo di tritolo, scoppia in un cestino dei rifiuti. Su quella colonna si era appoggiato Luigi Pinto. Morirà il primo giugno, a causa delle ferite riportate, la schiena dilaniata dalle schegge di marmo. Sul selciato restano i corpi martoriati dallo scoppio, il panico e la paura di un´altra imminente esplosione non evita che siano i lavoratori i primi a prestare soccorso ai feriti, a creare un cordone sul luogo dell´esplosione. Le vittime vengono coperte con le bandiere rosse e gli striscioni.

Dopo pochi minuti, prima ancora che in piazza della Loggia arrivino le ambulanze, sopraggiungono due furgoni della celere. In assetto di guerra, i poliziotti, brandendo gli sfollagente in maniera minacciosa contro gli operai, tentano di evacuare la piazza. C´è un accenno di scontro frontale tra lavoratori e agenti, ma gli operai riescono a respingere la provocazione. Poco prima delle tredici, terminata la fase dei soccorsi, i vigili del fuoco lavano con gli idranti il luogo dell´eccidio. La pulizia avviene prima ancora che gli organi inquirenti abbiano potuto condurre un´ispezione accurata. Vengono dispersi i reperti dell´ordigno esplosivo collocato nel cestino dei rifiuti, la cui natura diverrà uno dei punti su cui poggeranno le accuse a carico degli imputati.

Verità storiche, menzogne giudiziarie
La prima istruttoria per la strage porta alla condanna all´ergastolo, nel 1979, di Ermanno Buzzi, mente 10 anni e 6 mesi vengono comminati ad Angelino Papa. Sarebbero loro gli esecutori materiali della strage. In appello, nel 1982, tutti gli imputati sono assolti. Ma Buzzi, principale accusato, nell´aprile del 1981 viene ucciso nel carcere di Novara da due detenuti neofascisti, Mario Tuti (oggi in regime di semilibertà) e Pierluigi Concutelli, ex capo di Ordine Nuovo.

Altre persone coinvolte nell´inchiesta, come testi e come indagati, moriranno prima della fine del processo. Pierluigi Pagliaia viene ferito mortalmente dopo il suo “arresto” a La Paz; Piero Iotti perde la vita in un incidente stradale. Fugge, invece, dall´Italia Luciano Bernardelli, il quale aiutato dal Sid trova riparo e ospitalità nella Grecia dei colonnelli. La cassazione, ad ogni modo, nel 1983 annullava la sentenza di secondo grado che aveva scagionato completamente gli imputati e disponeva l´invio degli atti alla corte di assise di Venezia per un nuovo processo.

La seconda istruttoria viene aperta a seguito delle rivelazioni di alcuni pentiti. Nel 1985, Ivano Dongiovanni, detenuto per reati comuni, svela il contenuto di confidenze avute da Angelo Izzo (lo stupratore e massacratore del Circeo) e Valerio Viccei (suo compagno di cella) in ordine all´ambiente dell´estrema destra. Il teste ritratterà le accuse, sostenendo che le “confidenze” erano voluti depistaggi orditi dagli stessi Viccei e Izzo.

La terza istruttoria sviluppa le indagini relative ai fatti per i quali era stato disposto uno stralcio dell´inchiesta. Si indaga sulle responsabilità di Giancarlo Rognoni, Luciano Berardelli, Fabrizio Zani, Mariliza Macchi, Marco Ballan, Guido Lecconi. Il tutto si conclude nel 1990 con la dichiarazione di non luogo a procedere.

Un nuovo filone di è stato aperto dopo le dichiarazioni di Donatella Di Rosa e di suo marito, il tenente colonnello Aldo Micchittu. Nel corso delle istruttorie si è anche registrato un tentativo di depistaggio compiuto dal Sismi. Il direttore del servizio, Fulvio Martini, trasmette una nota riguardante la strage di Brescia e relativa ad un´intercettazione telefonica – effettuata abusivamente dal Sid – dalla quale si evince che la segreteria della locale associazione “Italia Cuba” avrebbe dichiarato che “della strage se ne era parlato sin dal giorno precedente”. L´invio della “velina” comporta un arresto e la deviazione delle indagini particolarmente delicate in quel momento. La procura concluderà per l´assoluta irrilevanza, ai fini del dibattimento, della nota del Sismi.

La svolta nelle indagini arriva nel 1997, con le rivelazioni di Carlo Digilio e Martino Siciliano e, successivamente, il contributo di Marzio Tramonte. E che riguardano anche le “stragi gemelle” di Milano in piazza Fontana e alla questura. Nomi di spicco dell´inchiesta, quelli di Delfo Zorzi, manager emigrato in Giappone, che i giudici vorrebbero arrestare (Zorzi è stato difeso al processo per la strage di piazza Fontana dall´avvocato Gaetano Pecorella, di Forza Italia, attuale presidente della Commissione Giustizia. Per Zorzi mai è stata avanzata richiesta di estradizione) e Carlo Maria Maggi, medico veneziano, anch´egli esponente di Ordine Nuovo nel Veneto. L´inchiesta deve anche chiarire il ruolo di Pino Rauti (fondatore di Ordine Nuovo, poi a capo del Msi quindi della Fiamma Tricolore) e del generale Francesco Delfino, lo stesso che fece arrestare il mafioso Balduccio Di Maggio (il “grande accusatore” di Andreotti) e implicato nel sequestro Soffiantini, durante il quale pretese e ottenne dalla famiglia dell´imprenditore lombardo oltre un miliardo di lire per un interessamento rivelatosi poi inesistente.

Il 5 aprile scorso, le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che sono state depositate le richieste di rinvio a giudizio per sette persone indagate a vario titolo per la strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974. A decirderlo la Procura di Brescia. Sono accusati di concorso in strage: Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Maurizio Tramonte, mentre gli avvocati Gaetano Pecorella e Fausto Maniaci e il pentito Martino Siciliano dovranno rispondere di favoreggiamento e Vittorio Poggi di ricettazione

Luigi Pinto, antifascista
Luigi Pinto era iscritto al sindacato scuola della Cgil. Di famiglia proletaria, aveva lasciato la città d´origine subito dopo il diploma: fu operaio in uno zuccherificio, minatore in Sardegna, fino ai primi incarichi di insegnamento delle Applicazioni tecniche nella scuola media che lo portarono a Rovigo, poi a Ostiglia, infine a Siviano di Montisola, in provincia di Brescia. Nel settembre del 1973 aveva sposato Ada, una compagna della scuola, anche lei militante comunista. Poco altro possibile scrivere su una vita spezzata a 25 anni. Ma Luigi Pinto è vissuto nella memoria dei suoi cari. Luigi Pinto è vissuto nella memoria dei suoi scolari: saranno loro, negli anni successivi, a ricordare la sua straordinaria capacità pedagogica, la naturale inclinazione a operare tra i più giovani, a stimolarli con la felicità dell´invenzione.

Luigi Pinto muore dopo quattro giorni di agonia, l´1 giugno, in seguito alle ferite riportate. Ma Luigi Pinto vive e vivrà sempre nella memoria di ogni antifascista. Assieme a Livia Bottardi Milani, 32 anni, iscritta alla Cgil Scuola. A Giulietta Banzi Batoli, 34 anni, iscritta alla Cgil Scuola. A Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, iscritta alla Cgil Scuola. Ad Alberto Trebeschi, 37 anni, iscritto al Pci e alla Cgil Scuola. A Vittorio Zambarda, 60 anni, iscritto al Pci. A Bartolomeo Talenti, 56, iscritto alla Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici. Ad Euplo Natali, 69 anni, iscritto al Pci.
Il palco del comizio in Piazza della Loggia poco prima dell´esplosione
Una delle vittime dell´esplosione
Striscioni per coprire le vittime in piazza della Loggia. La disperazione dei manifestanti
Corone di fiori in piazza della Loggia a Brescia il giorno dei funerali
Luigi Pinto morì l´1 giugno in seguito alle ferite riportate. La camera ardente fu allestita nel municipio di Foggia, e renderle omaggio si alternarono numerosi picchetti di lavoratori e cittadini
La folla che segue il feretro di Luigi Pinto per le vie di Foggia. I funerali furono celebrati il 4 giugno in piazza XX settembre
Manifestanti che partecipano al corteo funebre protestano contro i movimenti neofascisti
Ancora striscioni di protesta contro la violenza di matrice neofascista
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