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L´eccidio di Torremaggiore, 29 novembre 1949


martedì 29 novembre 2005
Cinquantasei anni fa, il 29 novembre del 1949, a Torremaggiore, durante una delle tante manifestazioni di protesta indette dai braccianti in vari centri della Capitanata -a sostegno di una gestione democratica del collocamento, per l'occupazione, per i contratti e la riforma agraria- i carabinieri sparano sulla folla. Perdono la vita il bracciante Antonio La Vacca, di 42 anni, e lo stradino comunale Giuseppe Lamedica, di 37 anni. Entrambi erano militanti del partito comunista, dei più impegnati e attivi, in un periodo caratterizzato da uno sfrenato anticomunismo e da un susseguirsi di lotte proletarie. Nei mesi precedenti, nel corso di altre manifestazioni, vi erano già state cariche della polizia, fermi e incriminazioni. In questo clima si arrivò allo sciopero generale del 28 novembre novembre indetto dai lavoratori agricoli e dagli operai edili della CGIL. Gli agrari si rifiutavano di migliorare la portata dell'imponibile di manodopera in agricoltura (che il prefetto era tenuto a rinnovare all'inizio di ogni annata) e di accogliere la richiesta della Federbraccianti di aumentare del 6 per cento le retribuzioni. Al contrario, pretendevano di ridurre la portata dell'imponibile e anche i salari. Mentre il prefetto ritardava di due mesi l'emanazione del nuovo decreto, venendo largamente incontro alle pretese del padronato agrario. Le prime avvisaglie della tragedia si ebbero a San Severo durante lo sciopero del 28: cariche sui lavoratori (tra i feriti il deputato comunista Filippo Pelosi) e arresti tra i sindacalisti (tra i fermati il segretario della Camera del Lavoro Carmine Cannelonga). Furono queste aggressione a far proclamare lo sciopero provinciale per il giorno successivo. Il 29 novembre, a Torremaggiore, mentre il segretario della locale Camera del Lavoro si accingeva a leggere e illustrare agli scioperanti i motivi della protesta (davanti all'ingresso della sede sindacale poiché all'interno non vi era spazio sufficiente) inattesi, sopraggiungevano i carabinieri della locale stazione e numerosi agenti della celere da San Severo, ordinando lo sgombero dell'area. E' un capitano dell'arma a dare l'inatteso ordine di sparare. Secondo numerose testimonianze, il brigadiere della locale stazione fece fuoco impugnando in una mano la rivoltella e nell'altra il mitra. Un colpo di pistola uccide La Vacca, una sventagliata ferisce all'addome Lamedica, quest'ultimo già distante dalla folla e lasciato agonizzante sul selciato, con le forze dell'ordine che impediscono l'immediato trasporto in ospedale. Al successivo processo verranno tutti assolti per insufficienza di prove. Le reazioni di sdegno all'accaduto portarono, il 2 dicembre, alla proclamazione dello sciopero generale in tutto il paese. Il prefetto in fretta e furia modificò il decreto sull'imponibile e l'associazione agraria concordò nuovi salari. Furono proibiti per motivi di ordine pubblico funerali pubblici, ma il 2 vi fu un lungo e silenzioso corteo che accompagno alla sepoltura La Vacca e La medica. A capeggiarlo, Giuseppe Di Vittorio, che intervenendo alla Camera attaccò il ministro dell'interno Scelba. Un anno dopo, il 4 dicembre 1950, Umberto Terracini e Giorgio Amendola parteciperanno a una grande manifestazione nell'anniversario dell'eccidio. Alla Camera del Lavoro di Torremaggiore fu scoperta una lapide che recitava: “Antonio La Vacca e Giuseppe Lamedica, portatori dei diritti nuovi, dal popolo sovranamente liberamente scolpiti nelle tavole fondamentali della Repubblica –il diritto al lavoro il diritto alla vita- per umana violenza prostrati alle zolle che agognavano non sudore diedero, ma sangue”.
Una foto del corteo funebre che accompagnò alla sepoltura Lavacca e La Medica (Archivio Gianni Rinaldi - LeFigureStudio)
Un ritratto di Giuseppe La Medica
La commemorazione dell´eccidio organizzata nel 20simo anniversario dalla CGIL, il 29 novembre 1969

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